La figura di Trissino fu determinante
per Palladio in molti sensi: era lui stesso un dilettante d'architettura molto
dotato che fece dei disegni per ricostruire il proprio palazzo cittadino; a metà
degli anni trenta rimodellò anche, in linea con la contemporanea architettura
romana, la sua residenza suburbana a Cricoli, appena fuori Vicenza. Trissino,
che era stato un membro del ristretto circolo culturale di papa Leone X Medici,
e che aveva conosciuto Raffaello, doveva avere ben presente la villa di Poggio a
Caiano, ideata dal committente Lorenzo dei Medici e dal suo architetto Giuliano
da Sangallo: a Poggio si trova un'anticipazione dell'unione gerarchica di stanze
di dimensioni differenti intorno ad un salone centrale voltato tipica di
Palladio, ma anche, per la prima volta, il frontone di un tempio applicato alla
facciata di un edificio residenziale del Rinascimento. A Cricoli Trissino aveva
già impiegato un sistema di stanze di dimensioni diverse, e uno schema di
proporzioni interrelate, stabilendo quindi quello che doveva diventare un
elemento chiave nel sistema progettuale palladiano. Trissino ebbe grande
importanza per Palladio ancora in altri modi. A livello pratico, egli ebbe quasi
certamente un ruolo determinante nel raccomandarlo agli altri patrizi vicentini
durante i primi anni della sua attività. E fu ancora con Trissino che Palladio
fece quei viaggi a Roma che, negli anni quaranta del Cinquecento, gli rivelarono
quel carattere dell'architettura antica e moderna nella città che egli aveva
conosciuto fino ad allora solo attraverso il Quarto Libro (1537) e il Terzo
Libro (1540) di Sebastiano Serlio. Trent'anni dopo Palladio ricorderà come
avesse trovato le costruzioni antiche "di molto maggiore osservatione degne,
ch'io non mi aveva prima pensato" (Quattro Libri, 1, p. 5). Queste opere, viste
con occhi nuovi in età piuttosto matura, ebbero su di lui un impatto
estremamente forte e gli fornirono un'ampia gamma di modelli che egli
immediatamente adattò ai suoi lavori. Molto probabilmente Trissino guidò
Palladio anche nelle sue prime letture di Vitruvio. Non si sa se Palladio fosse
in grado di leggere il latino; ma anche se non lo fosse stato (e comunque non
bisogna escludere che egli possedesse una sufficiente conoscenza della lingua)
intorno al 1540 era già possibile accedere a molte opere fondamentali latine e
greche in versione italiana (il trattato dell'Alberti, ad esempio, appare in una
traduzione italiana già nel 1546). Il che doveva essere di grande aiuto agli sforzi
compiuti da Palladio per acquisire una cultura di ampio raggio ed assimilare
testi che presentavano difficoltà anche agli studiosi. Se torniamo alla
questione del modo in cui Palladio somiglia e si distingue dai suoi
contemporanei e dagli autori dei "classici moderni" che egli studiò a Roma e
altrove, allora emerge quello che è forse il suo più grande debito nei confronti
del Trissino. Bramante, Raffaello, Peruzzi, Antonio da Sangallo il Giovane,
Giulio Romano, Falconetto, Sanmicheli e Sansovino ebbero tutti una considerevole
influenza su Palladio quando era trentenne. Tutti costoro impiegavano nelle loro
opere gli ordini classici in un modo che non era del tutto fedele, ma che anzi
rappresentava un compromesso tra la lettera di Vitruvio e la pratica osservabile
negli antichi architetti romani. Tutti costoro incorporavano nelle loro opere
schemi sia planimetrici che di alzato derivati dall'antico. E in questo erano
del tutto simili a Palladio. La grande differenza tuttavia, consiste nel fatto
che a partire dagli anni quaranta l'architetto vicentino farà uso di una serie
stabilita di tipi generali, di forme differenti di stanze, di forme degli
ordini. Egli vedeva la distanza tra le colonne come componente essenziale di
ogni ordine: due diametri di colonna e mezzo, ad esempio, come intercolumnio per
l'ordine ionico e due diametri per il corinzio. L'ordine diviene quindi, per la
prima volta nell'architettura del Rinascimento, un potenziale generatore di
schemi sia bidimensionali che tridimensionali. L'opera di Palladio mostra
un'aderenza ad un sistema di progettazione che fa uso d'una grammatica di forme
e proporzioni e di un "misurato vocabolario" di motivi. I suoi immediati
predecessori e i suoi contemporanei più anziani sono meno sistematici. Vi sono
ragioni per questo. Costoro in un certo qual senso inventavano e variavano man
mano le regole, progredendo come architetti di opera in opera. Sovente poi essi
si trovavano a doversi confrontare con commissioni tanto nuove ed inusuali (come
Bramante con San Pietro, col Cortile del Belvedere, col Tempietto; Raffaello con
Villa Madama; Giulio con Palazzo del Te; Michelangelo con la Sacrestia Nuova e
la Biblioteca Laurenziana; Sansovino con la Libreria) che non vi era alcuna
regola, norma o tipo di edificio contemporaneo potesse essere utile per
raggiungere un disegno soddisfacente. Lo stesso Palladio dovette
confrontarsi con problemi unici, "irripetibili": la Loggia della Basilica di
Vicenza, palazzo Chiericati, il Teatro Olimpico, le sue due grandi chiese
veneziane, il ponte di Rialto. Ma il maggior numero - ed era un gran numero -
delle sue commissioni erano per residenze di città e ancor più di campagna, che
avevano necessità e requisiti piuttosto simili. Nessun architetto fino allora,
neanche Antonio da Sangallo il Giovane, aveva avuto tante commissioni di ville e
palazzi. Ciò rendeva auspicabile un sistema di forme e
dimensioni ottimali prestabilite, se non altro come modo di ridurre la quantità
di lavoro necessaria per progettare ogni singolo edificio. All'inizio della sua
carriera Palladio si rese conto che non era necessario decidere per ogni
fabbrica quanto dovessero essere larghe ed alte le porte interne, quale forma
dovessero avere le scale, o quali profili e proporzioni dare al capitello
dorico. Era sufficiente stabilire una serie di forme
standard, certo tali da essere modificate quando fosse stato necessario, ma in
genere applicabili alla maggior parte dei progetti. L'architettura di Palladio
quindi, più di quella di ogni altro architetto del Rinascimento, è fondata su
una serie di elementi concepiti con cura e concettualmente precostituiti: si può
osservare come questi elementi venissero combinati flessibilmente e
creativamente in un disegno (RIBA XI/22 verso) in cui egli genera rapidamente
venti schizzi differenti per la pianta di un palazzo. Il senso comune aveva
un ruolo nell'elaborazione di questo sistema, così come le consuetudini di
lavoro degli artigiani e dei tagliapietra a Venezia e nel Veneto. I mastri veneziani erano abituati da lungo tempo ad
ordinare alle cave blocchi di dimensioni standardizzate e ad usare forme e
misure unificate per le porte, per le finestre e le colonne. Ma la
corrispondenza dei propositi di Palladio con la creazione di un'architettura di
forme, proporzioni prefissate, principî messi in opera con regolarità, è un
atteggiamento cosciente, che deriva probabilmente dalle molte ore e i molti
giorni che egli spese discutendo con Trissino. Trissino era uno dei più
autorevoli teorici di ortografia, grammatica e teoria letteraria del suo
tempo. Come altri letterati suoi contemporanei egli era
interessato, in un periodo in cui, a parte la forma toscana impiegata da Dante,
Petrarca e Boccaccio, non vi era un versione letteraria canonica della lingua,
al problema della maniera più appropriata di scrivere in italiano. Trissino
tuttavia andava al di là di questa preoccupazione per la forma di italiano più
"corretta", fino a comprendere che l'effetto letterario dipende dalla grammatica
e dalla scelta del vocabolario. E' possibile che lo stesso Trissino vedesse il
parallelo tra la struttura linguistica e l'approccio strutturato al disegno
architettonico; d'altra parte, per un processo di osmosi intellettuale,
Palladio, aiutato dalle sue letture di Vitruvio e Alberti, potrebbe aver
trasferito all'architettura il punto di vista del Trissino sulle relazioni tra
lo stile letterario e le regole linguistiche. In ogni caso la sua architettura
assumeva un carattere linguistico e grammaticale che, consciamente o
inconsciamente, era riconosciuto e approvato dagli intellettuali umanisti, come
il suo amico e committente Daniele Barbaro. Per Barbaro, come per i suoi amici
colti, Palladio offriva qualcosa che neanche il grande e tanto inventivo
Sansovino poteva offrire: un'architettura davvero razionale, basata non solo
(come raccomandava l'Alberti) sull'applicazione della ragione e dei principî
derivati dalla natura, ma strutturata sulla falsariga della linguistica
umanista. La preferenza di Barbaro per l'approccio sistematico di Palladio
all'architettura lo spinse ad ottenere per l'architetto vicentino, a partire
dalla fine degli anni '50, una serie di commissioni ecclesiastiche proprio a
Venezia (la facciata di S. Francesco della Vigna, il refettorio e chiesa di S.
Giorgio Maggiore, la ricostruzione del Convento della Carità), che altrimenti
sarebbero state affidate all'anziano, ma ancora molto rispettato,
Sansovino.
L'AFFERMAZIONE DI PALLADIO COME ARCHITETTO Non è
esattamente chiaro come Palladio, dall'esecuzione manuale di difficili dettagli
come i capitelli, e dalla progettazione di opere su piccola scala, sia divenuto,
dapprima occasionalmente e poi integralmente, un architetto che lavorava non più
con gli strumenti dello scalpellino, ma con la mente, con i libri, con squadra e
penna, e con i suoi disegni dell'antico. E' documentato che nel 1540 egli fece
un disegno per la villa Godi a Lonedo, ma per quella data il suo effettivo
intervento era probabilmente limitato, dal momento che il tracciato delle
fondazioni della grande villa era già stato stabilito e non corrisponde alla
divisione preferita da Palladio per la pianta di una villa in suites di stanze
(generalmente tre) di forme e dimensioni differenti. Più importante è il suo
lavoro per palazzo Civena (per quattro fratelli, ricchi ma socialmente
irrilevanti) del quale ci restano diversi disegni. Il palazzo originariamente
apparteneva ad Aurelio dell'Acqua, amico del Trissino, ed è possibile ipotizzare
che Trissino e Palladio avessero già fatto dei disegni per la ricostruzione
prima che, nel 1540, fosse acquistato dalla famiglia Civena. Nei progetti non realizzati per villa Pisani al Bagnolo, ed altri disegni
di Palladio per diverse ville databili intorno al 1542, si può osservare da
subito l'impatto che la prima visita a Roma ebbe sull'architetto. Appaiono, con
entusiastica abbondanza, motivi derivanti dalle Terme, dal Cortile del Belvedere
e da Villa Madama. Nel disegno finale questi elementi vengono semplificati e
ridotti per lasciar posto a spazi abitabili e per non gravare eccessivamente
sulle finanze dei committenti. In ogni caso, l'architettura che nasce dal lavoro
di Palladio negli anni intorno al 1542, con alti saloni voltati a botte o a
vela, con ampie logge e transenne di colonne, è quella che lo accompagnerà per
tutta la carriera, in attesa della migliore occasione d'essere usata, come nelle
chiese di San Giorgio Maggiore e del Redentore a Venezia. Anche la costruzione
di villa Pisani è sorprendente per la nobiltà della sua loggia absidata e del
suo grande salone voltato: una tale altezza e magnificenza a questa data erano
comuni solo alle chiese più importanti, e l'architettura della villa deve aver
sorpreso, se non stupito molti di quelli che la vedevano per la prima
volta.
L'ARCHITETTURA DELLA VILLA Nel
1550 Palladio aveva già prodotto un intero gruppo di ville la cui scala e
decorazione può essere vista come perfettamente adeguata alla ricchezza e alla
posizione sociale dei suoi proprietari; i potentissimi e ricchissimi Pisani,
banchieri e patrizi veneziani avevano enormi volte e una facciata a loggia
realizzata con pilastri di pietra e paraste doriche bugnate; il ricco (per breve
tempo) e meno nobile esattore delle tasse sul sale Taddeo Gazzotto aveva invece,
nella sua villa a Bertesina, paraste di mattoni e soltanto le basi e i capitelli
scolpiti in pietra; Biagio Saraceno a Finale aveva una loggia con tre campate ad
arco (tripartita), ma senza ordine architettonico. A villa Saraceno come a villa Poiana, Palladio fu
capace di conferire dignità e presenza ad una facciata usando semplicemente
un'orchestrazione di finestre, frontoni e logge arcuate; i suoi committenti meno
abbienti devono aver apprezzato la possibilità di godere di edifici di grande
impatto senza dover spendere molto per la pietra e la sua lavorazione. La
reputazione di Palladio agli inizi, ed anche dopo la morte, si è fondata sulla
sua abilità di disegnatore di ville. Durante la guerra della lega di Cambrai
(1509-1517) erano stati inferti ingenti danni a case, barchesse e infrastrutture
rurali. Il raggiungimento dei precedenti livelli di prosperità nella campagna fu
probabilmente lento, e avvenne soltanto negli anni quaranta, con la crescita del
mercato urbano delle derrate alimentari e la decisione a livello governativo di
liberare Venezia e il Veneto dalla dipendenza dal grano importato, e
specialmente da quello che proveniva dal sempre minaccioso Impero
ottomano. Questo enorme investimento in agricoltura e nelle
strutture necessarie alla produzione agricola accelera il passo. Per decenni i
proprietari terrieri avevano acquistato costantemente, sotto lo stabile governo
veneziano, piccole tenute, ed avevano consolidato i loro domìni non solo
attraverso l'acquisto, ma anche con lo scambio di grandi poderi con gli altri
possidenti. Gli investimenti nell'irrigazione e le bonifiche mediante drenaggio
accrebbero ulteriormente il reddito dei ricchi latifondisti. Le ville del
Palladio - cioè le case dei proprietari fondiari - rispondevano alla necessità
di un nuovo tipo di residenza rurale. I suoi disegni riconoscono implicitamente
che non era necessario avere un grande palazzo in campagna modellato
direttamente su quelli di città, quali sono di fatto molte ville della fine del
quindicesimo secolo (come l'enorme villa da Porto a Thiene). Qualcosa di più
piccolo, spesso con un unico piano principale abitabile, era adatto come centro
per controllare l'attività produttiva, da cui derivava probabilmente la maggior
parte del reddito del proprietario, e per impressionare gli affittuari e i
vicini oltre che per intrattenere gli ospiti importanti. Queste residenze, benché fossero talvolta più
piccole delle ville precedenti, erano ugualmente efficaci al fine di stabilire
una presenza sociale e politica nelle campagne ed erano adatte per il riposo, la
caccia, e per sfuggire dalla città, sempre potenzialmente malsana. Le facciate,
dominate da frontoni di solito decorati con le insegne del proprietario,
annunciavano una potente presenza in un vasto territorio pianeggiante, e non
avevano bisogno, per essere visibili, dell'altezza dei palazzi
cittadini.Le loro logge offrivano un luogo piacevole ed
ombreggiato per pasteggiare, per conversare o per le esecuzioni musicali,
attività queste che si possono vedere celebrate nella decorazione della villa,
ad esempio a villa Caldogno. Negli interni Palladio distribuiva le funzioni sia
verticalmente che orizzontalmente. Cucine, dispense, lavanderie e cantine si
trovavano al piano terreno: l'ampio spazio sotto il tetto veniva impiegato per
conservare il prodotto più prezioso della tenuta: il grano, che incidentalmente
serviva anche per isolare gli ambienti abitabili sottostanti. Al piano
principale, abitato dalla famiglia e dai suoi ospiti, le stanze più pubbliche
(la loggia e il salone) si trovavano sull'asse centrale mentre a destra e a
sinistra vi erano delle infilate simmetriche di stanze, dalle grandi camere
rettangolari, attraverso le stanze quadrate di medie dimensioni, fino a quelle
rettangolari piccole, usate talvolta dai proprietari come studi o uffici per
amministrare il fondo. L'abitazione dei possidenti spesso non era l'unica
costruzione di cui Palladio era responsabile. Le ville, nonostante la loro
apparenza non fortificata e le loro logge aperte, discendevano ancora
direttamente dai castelli ed erano circondate da un cortile recintato da un muro
che le dotava della necessaria protezione dai banditi e dai malintenzionati. Il
cortile ("cortivo") conteneva barchesse, torri colombaie, forni per il pane,
pollai, stalle, abitazioni per i fattori e per i servitori domestici, stanze per
fare il formaggio e cantine per spremere l'uva. Già dal XV secolo si usava
creare una corte davanti alla casa, con un pozzo, separata rispetto al cortile
di servizio e con le sue barchesse, gli animali e gli spazi per battere il
grano. Giardini, orti di verdure e di spezie, vasche per i pesci e, quasi
invariabilmente, un grande frutteto (il "brolo") erano tutti raggruppati o
localizzati all'interno del muro di cinta. Nei suoi disegni Palladio cercò di
coordinare tutti questi differenti elementi che nei complessi precedenti non
erano collocati in considerazione delle visuali simmetriche e delle gerarchie
architettoniche, ma soltanto in base alla forma dell'area disponibile,
generalmente delimitata da strade e corsi d'acqua. Anche l'orientamento era
importante: nei Quattro Libri, Palladio afferma che le barchesse dovrebbero
essere esposte a Sud in modo da tenere asciutta la paglia, per evitare che
fermenti e bruci. Palladio trovò ispirazione nei grandi complessi antichi che
somigliano alle dimore di campagna circondate dalle loro dipendenze, o che forse
credeva davvero fossero dei complessi residenziali - esemplare è il tempio, che
egli aveva rilevato, di Ercole Vincitore a Tivoli. E' chiaro per esempio, che le
barchesse ricurve che costeggiano l'imponente facciata della villa Badoer
riprendevano quel che era ancora visibile del Foro di Augusto. Nel suo libro
Palladio mostra generalmente gli impianti di villa simmetrici, ma in realtà era
consapevole del fatto che qualora non fosse stato possibile esporre entrambe le
ali delle barchesse a Sud, come nel caso di villa Barbaro a Maser, il complesso
non sarebbe mai stato costruito simmetricamente. Un esempio è la villa Poiana,
dove la grande barchessa con raffinati capitelli dorici è certamente disegnata
da Palladio. La barchessa esistente è esposta a Sud, e non viene bilanciata da
un elemento corrispondente dall'altro lato della facciata principale. Bisogna inoltre aggiungere che le barchesse, i muri di cinta e gli elementi
simili sono oggi a rischio ancor più delle parti residenziali del complesso. Si
è perso il senso dell'integrità dell'impianto originale, e le barchesse, anche
quelle disegnate da Palladio, sono poco conosciute, in molti casi non sono
ufficialmente notificate e di conseguenza si rendono necessari notevoli sforzi
per salvaguardarle dalla distruzione o da danneggiamenti irreversibili. Un
esempio di opera palladiana in pericolo è proprio la barchessa dorica di villa
Poiana.
PALAZZI Tra il 1542 e il 1550
Palladio era impegnato nella progettazione di tre importanti palazzi di città,
tutti a Vicenza: il palazzo Thiene, il palazzo Porto, e il palazzo Chiericati
che vengono tutti analizzati in questo catalogo. Se la base economica delle
principali famiglie delle città venete derivava dalla campagna, la vita politica
convergeva invece nei centri urbani, dove la maggior parte di coloro che
costruivano e possedevano palazzi controllavano gli affari cittadini come
consiglieri. Nei centri come Verona e Vicenza la nobiltà era generalmente divisa
in due opposte "fazioni", una a favore dei Francesi e dei Veneziani e l'altra
degli Spagnoli, secondo una partizione che rifletteva quella della scena
politica internazionale. In un certo senso queste fazioni costituiscono un
precedente dei partiti politici benché fossero innanzitutto espressioni di una
trama di relazioni tra clienti e protettori, spesso violentemente animate da
vendette e odî familiari. Le famiglie a capo delle fazioni, come i Thiene e i
Porto da un lato, e i filo-ispanici Valmarana dall'altro, avevano una
particolare necessità di esprimere la loro supremazia con un palazzo grandioso e
competitivo. E la reputazione di Palladio era tale che gli venivano richiesti
progetti dai personaggi dominanti di gruppi opposti. Il primo tra i più
importanti palazzi di cui Palladio si occupò, il palazzo Thiene, venne iniziato
nel 1542 per Marcantonio Thiene e suo fratello, che in quel momento erano i
personaggi più ricchi della città. E' possibile ipotizzare, sulla base dei dati
stilistici, della testimonianza di Inigo Jones e degli stretti rapporti che
esistevano tra i Thiene e i Gonzaga, marchesi di Mantova, che il disegno
iniziale per il palazzo sia stato fatto da Giulio Romano il quale visitò Vicenza
nel 1542. Palladio, che non aveva ancora raggiunto chiara fama e affermazione
come architetto, sarebbe stato impiegato in un primo momento solo per realizzare
i progetti dello stimatissimo Giulio Romano. Ma dopo la morte di Giulio nel 1546, egli ebbe la
possibilità di applicare le proprie idee ed i propri motivi all'edificio, che
poi pubblicherà nei Quattro Libri come un lavoro interamente suo. Questa
collaborazione con Giulio fu probabilmente di grande importanza per Palladio:
gli diede la possibilità di entrare in contatto con un architetto esperto ed
incredibilmente sofisticato, le cui esperienze risalivano agli ultimi anni della
vita di Raffaello. E forse anche a Palladio, come a Vasari durante la
sua visita a Mantova, furono mostrati i disegni di Giulio, tra i quali anche
quelli per l'appena terminato "Italienische Bau" della Stadtresidenz a Landshut.
Questo raffinato palazzo urbano che si collegava tramite un cortile al "Deutsche
Bau", iniziato poco prima dal Duca Ludwig X (che aveva visitato Mantova, ed
aveva molto ammirato il palazzo del Te), sembra aver ispirato il modello
palladiano dei due palazzi gemelli che si affrontano affacciandosi entrambi su
un cortile. E' questo infatti lo schema inusitato che Palladio proporrà prima
per palazzo Porto e poi per palazzo Valmarana. Un progetto non realizzato per la
facciata di palazzo Porto, disegnato tra il 1542 e il 1544, con un ordine di
paraste che abbraccia sia le finestre del piano nobile che il mezzanino, ricorda
anch'esso l'alzato del cortile del palazzo a Landshut.
L'AFFERMAZIONE DELLO STILE PERSONALE DI
PALLADIO A palazzo Porto, a villa Poiana, alla Basilica e a palazzo
Chiericati, Palladio completa l'assimilazione delle lezioni dei suoi più
influenti contemporanei; e passa dall'ecclettismo degli anni '40 alla
formulazione di un proprio inconfondibile linguaggio, mostrando allo stesso
tempo un'intelligenza architettonica di altissimo livello. Nel caso della
Basilica, per esempio, egli crea una quinta monumentale di particolare
magnificenza intorno ad un nucleo preesistente (con le botteghe al piano terra,
e la grande sala dei consigli cittadini sovrastante). La struttura, realizzata
in solida pietra, è, nonostante il suo aspetto romano, quasi gotica nel
combinare leggerezza e solidità. Prendendo spunto dagli anfiteatri di Arles e
Nimes, le semicolonne addossate ai pilastri con la loro trabeazione aggettante
costituiscono un efficace modo di contraffortare e rinforzare il principale
elemento portante che deve resistere alle spinte delle volte retrostanti - le
logge precedenti, che Palladio sostituì con questa costruzione, avevano infatti
subito un cedimento strutturale. L'adozione del motivo della serliana, che era
stata usata da Sansovino nella Libreria e da Giulio Romano (ad esempio
nell'interno dell'abbazia di San Benedetto Po), combinato da Palladio con i
robusti ma sottili pilastri si rivelò una scelta brillante. Questa soluzione fa
sì che il massimo di luce penetri all'interno dell'edificio (la luminosità viene
inoltre aumentata dagli oculi che si aprono nei pennacchi) e che le inevitabili
irregolarità dell'alzato siano assimilate in maniera discreta, quasi
impercettibile, negli spazi tra l'ordine minore e i pilastri, lasciando gli
elementi principali, pilastri ed archi, uguali e regolari. La raffinatezza
del disegno di Palladio, in cui gli elementi funzionali, strutturali ed estetici
giocano tutti un loro ruolo, si deve osservare anche nei dettagli, come la
scelta della base cilindrica (ossia la base tuscanica secondo Vitruvio) invece
della normale base attica per l'ordine dorico minore. Quest'ultima è una mossa funzionale, poiché le basi
cilindriche senza alcun plinto non sporgono affatto e dunque non intralciano
coloro che entrano ed escono dall'edificio; al contempo, la semplificazione
della forma della base (ripetuta anche al livello superiore) è una maniera di
evitare la fastidiosa proliferazione dei dettagli più piccoli, enfatizzando
l'impatto delle grandi basi attiche. Bisognerebbe aggiungere che Palladio non
progettò soltanto un esterno. In origine le volte a crociera che coprivano i
larghi passaggi trasversali erano trattate con un intonaco bianco brillante una
cui componente era la pietra polverizzata. L'interno si leggeva quindi in
continuità con l'esterno anche nel colore e nella grana della superficie. Un
grande spazio romano, paragonabile alla sala del mercato dei Fori di Traiano con
una grande serliana a chiudere la prospettiva. Il pessimo stato in cui oggi
appaiono le volte, senza stucco, con i mattoni scoperti, ci priva
dell'impressionante esperienza spaziale creata da Palladio. Non è compito di
questo breve saggio introduttivo di ripercorrere tutta la lunga e prolifica
carriera di Palladio, ma soltanto di suggerire alcuni aspetti della sua
formazione e del suo approccio al disegno di architettura. Un resoconto
cronologico delle sue opere dopo il 1550 deve tenere in considerazione
l'ulteriore arricchimento della sua cultura architettonica durante questo
decennio a metà del Cinquecento, risultato della sua stretta collaborazione con
un'altra grande figura intellettuale, il patrizio veneziano Daniele
Barbaro. Fu Palladio a fornire quasi tutte le illustrazioni
per la monumentale traduzione di Vitruvio (con commentario integrale) redatta
dal Barbaro. Questo sforzo definì ulteriormente il linguaggio architettonico di
Palladio; servì inoltre a fissare alcuni elementi che egli avrebbe utilizzato
costantemente nei suoi disegni, come la facciata a tempio con frontone per le
ville e l'ordine gigante con colonne libere che si estende su due piani e che
deriva dalla sua ricostruzione della basilica di Fano descritta da Vitruvio.
Palladio realizzò in pietra quest'ultima efficace soluzione a villa Sarego. Il
carattere innovativo dell'approccio al disegno delle chiese e delle loro
facciate da parte di Palladio viene affrontato altrove in questo catalogo. Dovrò
sorvolare su altri lavori, come ad esempio il ponte di legno a Bassano, privo di
decorazioni, ma bello e strutturalmente elegante. Né vi è spazio per analizzare
uno degli ultimi lavori dell'architetto, il teatro Olimpico a Vicenza,
un'erudita, ma anche miracolosamente vitale resurrezione dell'impianto di un
antico teatro romano.
QUATTRO LIBRI E L'INFLUENZA DEL
PALLADIO Una delle più importanti creazioni del Palladio non può
essere tralasciata, perché ha troppo a che fare con la mostra. I Quattro Libri
(Venezia, 1570) rappresentano l'autorevole testamento architettonico di
Palladio, nel quale egli espone le sue formulae per gli ordini, per le misure
delle stanze, per la progettazione delle scale e per il disegno dei dettagli.
Nel Quarto Libro egli pubblicò le ricostruzioni dei templi romani che aveva
studiato più attentamente, e nel Secondo e nel Terzo libro offrì (cosa che
nessun architetto aveva fatto prima) una sorta di retrospettiva dei suoi disegni
per palazzi, ville, edifici pubblici e ponti. Concisi e chiari nel
linguaggio, efficaci nel comunicare informazioni complesse coordinando tavole e
testi, i Quattro Libri rappresentano la più preziosa pubblicazione illustrata di
architettura che si sia avuta fino a quel momento. Ci si può rendere conto
dell'intelligenza e della chiarezza dell'"interfaccia" che Palladio offre ai
suoi lettori se lo si confronta con i libri di architettura di Serlio che
iniziarono ad apparire dal 1537. Mentre Serlio non riporta le misure nelle
tavole, ma le include all'interno del testo, Palladio lo libera da questo
appesantimento, e colloca le proporzioni direttamente nelle piante e negli
alzati. A differenza di Serlio, egli presenta gli edifici e i loro dettagli in
uno stile uniforme, rielabora i disegni che aveva tratto da altri architetti, e
riporta tutte le dimensioni in una scala metrica comune: il piede vicentino,
lungo 0, 357 mm. Quindi non fu solamente l'architettura palladiana con la sua
base razionale, la sua grammatica chiara, la sua inclinazione domestica, ma fu
anche la capacità comunicativa del suo libro che portò all'immensa influenza del
Palladio sullo sviluppo dell'architettura del Nord Europa, e più tardi in Nord
America. E' chiaro che - come aveva capito Inigo Jones - Palladio non rivelò
tutti i suoi segreti nei Quattro libri. Egli non ha detto esattamente come si
possa progettare seguendo un sistema senza diventare noiosi e ripetitivi; non ha
spiegato con esattezza come e quando forzare le sue stesse regole; e neanche
come usare un disegno per generare molte idee e disegni nuovi partendo da un
singolo schema iniziale, o perché sia importante fare sempre degli schemi
alternativi. Non ha spiegato come disegnare un dettaglio in modo che questo
potesse essere perfetto non per un edificio qualsiasi, ma per uno in
particolare, come le finestre di villa Poiana sono perfette per questa villa e
quelle della Rotonda lo sono per la Rotonda. Scrivendo i Quattro Libri si
proponeva certo di educare, migliorare il livello generale del disegno
architettonico. Ma come tutti i bravi insegnanti (e tutti i maestri con i loro
allievi) egli forse sapeva che è meglio lasciare ai discepoli qualcosa che
possano scoprire da soli. Howard Burns |